Articolo scritto da: Roberto Gremmo

A Muzzano, al centro della val dl’Elf magica, le vicende storiche delle streghe perseguitate s’intrecciano e si sovrappongono alle leggende popolari che favoleggiano di esseri misteriosi coi piedi d’oca che danzavano liberamente in un luogo appartato sopra uno strapiombo sul torrente.

Secondo la tradizione, il luogo dei convegni delle streghe e dei ‘sabba’ demoniaci sarebbe una piccola radura nascosta che si trova dietro l’istituto dei Salesian vicino a Margon.

Tuttavia questo nascosto rifugio di pratiche devianti, pericolose ed avverse al buon senso comune ha anche una caratteristica particolare, perché si trova proprio all’estremo limite del paese, sulla vecchia mulattiera che scende ancor oggi al fondovalle per risalire sulla riva opposta verso Ai Cèp ëd Sòra.

Questa posizione speciale e favorevole ad incontri furtivi e segreti fra persone dei due paesi é molto simile a quella della famosa “Cabotina”, la località appartata del borgo ligure di Triora, ormai noto come ‘il paese delle streghe’ nella “Valle delle Meraviglie” delle misteriose, antichissime incisioni rupestri, sovrastata dal Monte Bego e dalla “Cime du Diable” che si apre sulla “valle dell’Inferno”.

Triora fu al centro di uno dei più clamorosi casi di repressione di presunte streghe quando cinque sventurate donne giudicate per fattucchiere e la  vicenda della più nota fra le perseguitate, la triorese Franchetta Borelli e delle sue sfortunate compagne è passata alla storia come una delle pagine più nere della repressione inquisitoriale contro le infelici accusate di stregoneria, passata alla storia grazie agli studi dell’appassionato ricercatore triorese don Ferraironi che, in estrema sintesi, ricordava come tutto  ebbe inizio nell’estate del 1587 quando “si additano alla giustizia alcune supposte streghe di Triora, le quali vengono incarcerate”.

Sotto processo ed alla tortura finiscono anche una ventina di donne denunciate a Castelfranco (l’antico Castel Dò, ‘Castrum Dodi’, oggi Castelvittorio) e Montalto, fra cui  Peirina vedova del fu Matteo Bianchi di Badalucco, e tale Gentile  moglie di G.B. Moro di Castelfranco e Marietta  Ozenda  di Baiardo, accusata d’aver partecipato  più volte alla settimana al ‘sabba’ stregonesco, “durante un soggiorno a Ceriana, brandendo beffardamente una croce sottratta alla chiesa parrocchiale, malgrado le sue porte fossero chiuse”.

Monumento alle Streghe

L’Inquisitore ha qualche dubbio sull’attendibilità degli accusatori, tanto più che quando giungono sul luogo due inquisitori “gli anziani di Triora si lagnano con Genova del modo con cui si sono condotti i processi  di stregoneria” ricorrendo anche alla tortura per estorcere confessioni e denunce.

   Una delle incarcerate, Isotta Stella, era stata “Tormentata più volte alla corda, nonostante che fosse vecchia di più di anni sittanta” ed era morta ed un’altra, temendo la tortura, “si gittò d’un balcone altissimo e restò storpiata”.

Per sua fortuna, spiegava Ferraironi, Franchetta Borelli era “una donna di famiglia agiata e disponeva del patrocinio di un buon avvocato, il quale cominciò la sua arringa dichiarando che la testimonianza delle altre streghe era da considerarsi nulla ‘per esser vili et infami et schiave del diavolo il quale è padre di bugie’”. Messa sotto tortura, Franchetta era stata forte e commentava amara l’ottusità della persecuzione: “Io stringo i denti e poi diranno che rido”.

Alla fine, a differenza delle popolane accusate con lei, poté tornare in libertà.

Secondo gli inquisitori, il luogo d’incontro delle streghe sarebbe stata una piccola costruzione rurale fuori del paese, detta “Cabotina”; proprio sulla mulattiera che scendeva verso il fondovalle e gli altri paesi; un luogo scelto apposta per favorire discrezione e riservatezza, esattamente come accadeva alle streghe di Muzzano che sfuggivano ai pettegolezzi paesani ritrovandosi sotto il recondito e nascosto muraglione pietroso accanto al sentiero per Ai Cèp Sòra;  dove oggi é stata collocata la statua d’una Madonnina, quasi a voler purificare un sito per troppo tempo contaminato.

A Triora una lapide ricordo perpetua la memoria della “Cabotina” ed é stato creato un “Museo delle streghe”, molto frequentato.

Sotto sotto, un patrimonio di credenze paganeggianti non é andato perduto perché i riti e le costumanze antiche (di cui i discendenti dei Liguri erano custodi fedeli) riescono a soppravvivere.

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Nella Valle Argentina, fino a pochi anni godeva ampia e giustificata fama di possedere i misteriosi poteri di guarire sia mali fisici che psichici un singolare personaggio noto come “Om de Glori”, ritenuto in grado di diagnosticare a distanza i malori, riuscendo ad individuarli anche solo esaminando un capo di vestiario. Senza mai sbagliare, ‘sapeva’ se una persona era stata colpita da fattura e si prodigava per “desabasurarsé”, cioè toglierle il malocchio. E vi riusciva sempre.

Nella stessa Valle, si accendono ancora sui monti i falò propiziatori dicendo ad alta voce che si tratta di un invito a San Giovanni a cacciare il demonio, ma insegnando sottovoce ai fanciulli che sono dei riti di purificazione, simili a quelli praticati dagli antenati, convinti che il fumo scacciasse dalle valli i draghi e gli spiriti maligni.

Alla vigilia di Natale si accendono ancora i falò dei bambini (“u fughètu du bambin”) e in queste pratiche affondano le loro radici, perfino  i moderni fuochi d’artificio che, nella Liguria industriale e consumistica, scoppiano a festeggiare la fine liberatoria del vecchio anno.

La memoria dei poteri dello stregone ligustico non si é perduta.

Praticava la medicina naturale, utlizzando accanto a preparati “sporchi”, rituali curiosi: in caso di affezioni alla bocca faceva inghiottire al malato una zampa di rospo tritata. A Ventimiglia, l’applicazione di un ferro rovente all’orecchio si riteneva potesse guarire la sciatica.

Ancora qualche decennio addietro, a Piaggia viveva un certo “Già de Carle”, che riusciva a guarire dai morsi delle vipere incidendo tre croci verticali su una pietra (una ‘ciapa’), pronunciando formule misteriose.

La ‘segnatura’ otteneva immancabilmente risultati positivi.

E’ noto il rituale con cui soggetti ritenuti particolarmente dotati (come i settimini) tra i diciotto e i vent’anni, nel mese d’agosto, in plenilunio e a mezzanotte, dovevano stringere nella mano destra un topo sino ad ucciderlo per accaparrarsi pienamente dei loro poteri magici. 

Sulle alture montane ove ancora non è del tutto giunto il rullo compressore dell’unanimismo consumistico, il rapporto con la natura è permeato da sottile magia.

Fra le usanze natalizie della Valle Argentina delle streghe di Triora, vi è quella di dare abbondante cibo agli animali la sera della vigilia, perchè le bestie “non critichino i padroni”.E’ un vero e proprio rito sacrificale pagano cristianizzato.

Uno dei tanti.

Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro :

Articolo scritto da: Roberto Gremmo
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